
di Vittorio Agnoletto
Berlusconi ha fatto tesoro del passato: a parole non ricerca lo scontro frontale, ma nei fatti procede celermente all'attuazione del suo progetto: tutela dei propri interessi, modifica de facto della Costituzione, distruzione della scuola pubblica, indifferenza verso la sicurezza sul lavoro, salari divorati dall'inflazione e precari abbandonati a se stessi.Per le prossime europee soglia di sbarramento e cancellazione delle preferenze: si uccide il pluralismo e si trasforma la democrazia in un simulacro.Il tutto coperto da grida manzoniane contro rom, immigrati, donne e uomini che si prostituisco, dipendenti pubblici fannulloni...Le vittime predestinate sulle quali scaricare la paura per il proprio futuro.Il PD rincorre il governo sulla sicurezza, (Penati docet) e si dispiace di non poter raggiungere una maggiore intesa con la destra. C'è urgenza di sinistra. Ma non vi sono scorciatoie; la nostra crisi è profonda e strategica.Essere di sinistra significa essere al fianco dei più deboli e battersi perché la loro condizione materiale, e quella di noi tutti, migliori. Perché non sia solo un dovere etico o un desiderio illuministico è necessario che questo impegno non sia realizzato PER qualcuno ma CON qualcuno. Dobbiamo sentirci parte di una società, non persone estranee che cercano di elargire le proprie verità. Ma questo oggi accade in minima parte: a Roma, come a Milano, la destra vince in importanti zone popolari: noi parliamo dei poveri ma loro non ci votano. Abbiamo perso la sfida culturale; la demagogia ha conquistato gran parte dei ceti popolari. L'operaio lotta con la Fiom per il salario, ma poi vota a destra in nome della sicurezza e contro gli immigrati. Anche costoro sono al nostro fianco quando lottiamo per il permesso di soggiorno, ma, appena l'hanno raggiunto, non pochi tra loro chiedono politiche più dure verso i clandestini, percepiti come potenziali concorrenti nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. Il primo terreno di scontro per noi deve quindi essere quello culturale che però richiede tempi lunghi. L'unica altra alternativa sarebbe quella di adeguarsi, cercare di raccogliere voti popolari affiancando alle lotte per i salari e le migliori condizioni di vita, una politica "di sinistra", contro gli emigrati e gli emarginati. Se correttamente rifiutiamo questa logica dobbiamo sapere che siamo destinati a rimanere per un lungo periodo una minoranza, e che, nell'immediato, alcune nostre proposte saranno avversate da ampi settori di ceti popolari. Ma non abbiamo alternative, in gioco vi sono i principi di giustizia e universalità che sono alla base delle ragioni stesse che ci hanno portato all'impegno sociale e politico. Dobbiamo però modificare le modalità con le quali conduciamo le nostre battaglie. Quando ad esempio spieghiamo che non è possibile porre a referendum l'esistenza in città di una moschea (il diritto a luoghi di culto è sancito dalla Costituzione), dobbiamo usare almeno altrettanto tempo e risorse per dialogare con gli abitanti del quartiere, per rompere il muro contro muro e mostrare quali sono le vere ragioni della loro debolezza sociale. Ma nello stesso tempo all'immigrato dobbiamo illustrare non solo i suoi diritti, ma anche i motivi politici che ci spingono ad essere al suo fianco. Tutto ciò significa ridare assoluta priorità alla nostra presenza nei quartieri popolari, tra le persone che dovrebbero essere non solo i nostri elettori, ma il nostro popolo. Abbiamo bisogno di una sinistra capace sempre di ricordare che le contraddizione e i conflitti sociali sono prioritari rispetto alle contraddizioni interne al sistema politico.