
Si è appena conclusa a Roma la Fiera MEATing, Fiera mondiale degli operatori del settore “carne”, appuntamento che ha visto la partecipazione di 105 nazioni e delle varie Regioni italiane con i loro prodotti derivati da allevamenti e macelli.
Lo scopo dell’evento è stato quello di promuovere il prodotto carne ed incentivarne il consumo.
Tutto questo in un momento in cui sempre più autorevoli e numerosi enti indicano nel consumo di carne una delle principali cause del problema della fame che colpisce molti paesi.
Un recente studio della FAO ci dice che a partire dagli anni sessanta il consumo di carne è cresciuto in maniera esponenziale, da 71 milioni di tonnellate si è arrivati a 284 milioni di tonnellate nel 2007, con un consumo pro-capite più che raddoppiato.
Le terre destinate all'allevamento del bestiame costituiscono il 30 per cento delle terre emerse non ricoperte da ghiacci. L’allevamento di bestiame è responsabile di un quinto delle emissioni di gas serra della Terra.
Un chilogrammo di carne è stimato responsabile di una emissione di ossido di carbonio pari a quelle di una vettura media europea che viaggia per 250 chilometri circa e brucia l'energia sufficiente a tenere accesa per 20 giorni una lampadina da 100 watt.
Un chilo di carne significa un consumo di 9 chili di petrolio e di 13.000 litri di acqua.
L’allevamento è inefficiente: per ottenere le stesse calorie dalla carne occorrono da due a cinque volte più cereali, rispetto al consumo diretto di questi.
Negli Stati Uniti l'agricoltura praticata per soddisfare la domanda di carne contribuisce, secondo l'Agenzia per la Protezione Ambientale, per circa tre quarti alla creazione dei problemi legati alla qualità dell'acqua..
Anche la “magica” carne italiana non sfugge a tutti questi problemi.
A prescindere dalla questione etica dell’uccidere milioni e milioni di animali spesso dopo una vita di sofferenza e umiliazione e a prescindere dai rischi che il consumo attuale di carne comporta per la salute umana, come dice lo stesso professor Veronesi, promuoverne l’uso alla luce di questa situazione dovrebbe essere considerato un reato ambientale.
Ma gli allarmi sono difficili da sentire quando a dominare sono gli interessi enormi ed immediati dell’industria chimica, farmaceutica (fitofarmaci, pesticidi, antibiotici) nonchè delle sementi (5 società controllano il 65% delle vendite dei semi di mais e quasi le stesse il 75 % delle vendite dei fitofarmaci) e così continuano gli incentivi a questa agricoltura ed all’’allevamento e le Fiere per promuovere prodotti dannosi a tutti come appunto la carne.
Nessuno pretende che tutti passino ad una dieta vegetariana sulla base di una scelta etica legata al consumo di animali, sarebbe però opportuno, da parte delle istituzioni evitarne l’incentivazione, e da parte di tutti noi ridurne il consumo per il bene nostro e del pianeta che abitiamo.
Paola Barassi