di Marco Nesci
Responsabile Nazionale Sanità per il PRC
Il documento del Governo è la premessa alla distruzione definitiva dello stato sociale inteso come protezione sociale universale e rispetto dei diritti individuali e collettivi sanciti dalla nostra Carta Costituzionale. Tutto ciò per lasciare spazio ad un modello sociale in cui il mercato regola le condizioni dei servizi e i diritti vengono mercificati e, al massimo, si garantisce il livello minimo di assistenza in un quadro compassionevole e di bassissima qualità.
Per avvalorare una tesi di smantellamento si ricorre alla solita trita e ritrita condizione dell'esplosione della spesa sociale nei prossimi cinquant'anni e si perpetua la falsità secondo cui la spesa previdenziale, in Italia, è più alta che in altri paesi europei. In tale tesi si omette il dato che, mentre negli altri paesi europei la quota del pil destinata alla previdenza è riferita esclusivamente a questa, in Italia la spesa della previdenza è comprensiva di carichi della spesa sociale quali maternità, anticipo cassa integrazione, malattia, disoccupazione, congedi ecc.
Epurata da questi carichi sociali la spesa previdenziale sarebbe largamente in linea con i dati europei. Questa falsità - che ha dato avvio alla previdenza complementare - oggi viene giocata sulla spesa sanitaria affermando che, entro il 2050, raddoppierebbe in virtù dei nuovi dati epidemiologici, derivanti oltremodo dalle patologie dell'invecchiamento e che produrrebbero, attraverso l'allungamento della vita, maggiori oneri a carico del sistema sanitario. Dati contestabili e comunque slegati totalmente da una politica di investimenti sul piano della ricerca e della prevenzione - sia epidemiologica che infortunistica - che, al contrario, se sviluppata, potrebbe conciliare l'incremento della vita vissuta bene con una riduzione delle insorgenze delle patologie e quindi gravare meno sul costo del sistema sanitario.
Ma la logica vuole, però, che per privatizzare il sistema occorre dimostrare che quello attuale produce costi insostenibili, per cui, in fondo, si produrrebbe un crak di tenuta sociale e quindi di perdita dei diritti. Al contrario - nella proposta del Governo - tale idea avrebbe un quadro idilliaco e di sviluppo eccezionale nell'uscire dall'universalità dei diritti e passare ad una mera offerta delle opportunità il cui accesso è, evidentemente, legato alle risorse economiche che si hanno a disposizione.
Il documento sostiene che il criterio della spesa storica - come base di riparto del fondo sanitario nazionale - non è più sopportabile, in particolare per quei cittadini che vivono nelle aree di maggiore efficienza. Si dice, bontà loro, che essi accettano una doverosa solidarietà verso i territori dotati di una minore capacità, ma che - a fronte di pari opportunità - non sono più disponibili a finanziare a piè di lista l'inefficienza. Questa affermazione - ideologica di stampo leghista - riassume in realtà l'idea della secessione sociale, secondo cui, ciò che si produce in loco, deve restare sul territorio e che, appunto, al massimo ci possa essere una elargizione caritatevole che alimenta una subalternità e dipendenza dai poteri economicamente più forti.
La valorizzazione di questa tesi passa, inevitabilmente, per un nuovo modello sociale basato su una cultura che finge di mettere al centro la persona - in quanto portatore di diritti - per trasformarla, in realtà, a soggetto mercificato e come elemento propulsore di un nuovo sviluppo economico basato sullo sfruttamento dei suoi diritti nella ricerca della cumulazione del profitto.
In tale contesto si agisce su tre versanti: il primo è quello di familizzare l'erogazione di alcuni servizi primari (infanzia ed anziani scaricati alla cura domestica e ad un ulteriore carico di un ruolo passivo delle donne all'interno della famiglia stessa) scondo punto - quando possibile - la creazione di spazi di sviluppo economico nella cura degli stessi attraverso forme pseudo volontaristiche e di cooperazione sociale, se non di vere e proprie strutture aziendalistiche private. Il terzo punto riguarda, invece, quella gigantesca mole di risorse economiche che muovono i servizi sanitari e socio-sanitari e che, per ovvie ragioni, non possono essere direttamente mantenuti all'interno delle mura domestiche.
Nel documento si mette in evidenza come la ricerca biomedica avrà un grande sviluppo in termini di scoperte e ricadute applicative.
L'idea è quella di sviluppare, ma, contemporaneamente, razionalizzare le risorse con iniziative nelle aree tematiche anche e soprattutto attraverso un intervento privatistico che, inevitabilmente, condizionerà il tipo di ricerca e gli obiettivi da perseguire.
Nelle tesi di Sacconi - ampiamente espresse dentro il documento - la concezione di flessibilità e di precarietà del processo di produzione viene assunta a elemento propositivo. Per cui viene avvalorata la tesi secondo cui occorre ulteriormente ridurre i vincoli del sistema di accesso e di uscita dal lavoro, ricercando volutamente un maggiore spazio per una deregolamentazione che amplia l'accesso del mercato nella protezione sociale e, per questa via, incrementa quasi obbligatoriamente forme complementari con coperture privatistiche.
L'impianto governativo vuole produrre l'alleanza strategica tra mercato e solidarietà in una rete di servizi tra operatori pubblici e privati. Un'azione cioè rivolta ad una ferrea applicazione del concetto di sussidiarietà orizzontale a significare, in sostanza, che il pubblico interviene laddove il privato non arriva o non vuole arrivare perché diseconomico.
A questo punto la domanda che si pone il documento del Governo è come realizzare lo sviluppo di questa rete in cui il sistema pubblico arretra, avanza la famiglia, il privato sociale, il volontariato. Innanzitutto l'azione prevede una diversa ipotesi di intendere i livelli essenziali di assistenza, che dovrebbero essere basati non più sui costi storici ma su quelli standard, naturalmente prelevati dalle realtà economicamente più vantaggiose.
E' talmente evidente il salto nel vuoto che questa impostazione propone che persino chi l'ha scritta si rende conto - e lo dice - che, in tale contesto, l'equità non sarebbe garantita, ma come il meccanismo porterebbe a maggiore responsabilità gli amministratori locali.
Naturalmente "chi se ne frega della drammatica riduzione dei servizi sociali e sanitari che ciò comporta!".
Inoltre si vorrebbe programmare la distribuzione delle apparecchiature - evidentemente collegate ai LEA - con razionalità ed economicità, secondo un criterio di appropriatezza che nulla avrebbe a che vedere con l'evidenza scientifica della ricerca e della cura, ma direttamente discendente dal rapporto di economicità in un determinato bacino d'utenza. Alla fine il progetto governativo si riduce ad un'idea di welfare che, sulla base dell'esperienza realizzata nel sistema previdenziale, realizzi un progressivo avvicinamento al modello sociale americano (che oggi Obama mette in discussione in quanto regressivo). Un sistema dove lo Stato svolga un ruolo semplicemente regolatore e che incentivi l'ingresso privatistico attraverso agevolazioni fiscali, introducendo fondi sanitari complementari - apparentemente di scelta del lavoratore - in cui l'obbligatorietà discende come, per l'attuale modello pensionistico, alla impossiblilità senza l'intervento "complementare", di avere lo stesso grado di copertura sanitaria odierno: ossia la qualità e la quantità dell'erogazione dei servizi sanitari dipenderà direttamente dalle capacità economiche di ognuno.
Tale sviluppo può decollare solo dentro ad un contesto contrattuale ed è per questa ragione che ci si spinge a pensare e a progettare un nuovo modello di relazioni industriali in cui il sindacato è chiamato ad una compartecipazione del sistema. In questo modo si va verso il superamento di una cultura antagonista dei rapporti di produzione per approdare - è testualmente scritto - ad un clima di fiducia e complicità fra capitale e lavoro. La centralità dell'impresa assunta ha valore fondativi delle relazioni sociali e con essa la certificazione del profitto in cui la massima concessione collettiva - ma meglio se individuale - può precipitare nella spartizione delle briciole sugli utili d'impresa e magari sotto forma di azionariato.Un sistema sociale e sanitario in cui il diritto alla salute, ridotto a mera opportunità, avrebbe certamente minori costi per lo Stato che si occuperà solo di un intervento solidaristico e caritatevole, di qualità mediocre e bassa. Di contro potrebbe invece svilupparsi una rete di prestazioni sanitarie costose, efficienti, efficaci ma solo a disposizione di chi può permettersi coperture assicurative complementari e diversificate nell'ambito dell'offerta e della stessa qualità, sulla base del valore della polizza assicurativa.
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